Tosca

26 agosto ore 21.00 Anfiteatro Romano

L’opera, eseguita dall’Orchestra Sinfonica del Pucciniano sarà diretta da Alan Freilles, con la regia di Carlo Antonio de Lucia. Sul palco a dare voce a Tosca sarà Gabrielle Mouhlen, mentre Mario Cavaradossi verrà interpretato da Roberto Cresca. I panni del Barone Scarpia saranno vestiti da Cenziz Sayin mentre Cesare Angelotti sarà Davide Mura. Gli altri protagonisti: il sagrestano (Claudio Ottino), Spoletta (Marco Voleri), Sciarrone (Andrea De Campo), un carceriere (Alessandro Biagiotti). 

“Tosca”, conclude il calendario organizzato dalla Fondazione Guido d’Arezzo con il patrocinio del Comune di Arezzo, reso possibile grazie alla disponibilità del prestigioso Festival Puccini di Torre del Lago che ha deciso straordinariamente di replicare “in trasferta” alcune sue produzioni. Il cartellone, frutto della collaborazione artistica tra musicisti provenienti da tutta Europa, offre ad Arezzo – che fa parte della rete di città europee Eurocities -, l’occasione di presentare i contenuti del progetto “Cities-4-Europe”. Obiettivo della campagna, è quello di promuovere una società democratica in cui le persone siano protagoniste del loro futuro attraverso una partecipazione attiva. Involve, inspire, impact sono le tre parole chiave del progetto che ad Arezzo saranno sottolineate attraverso il linguaggio universale della musica.

L’opera

di CLAUDIO SANTORI

Il vecchio Verdi seguì con molta attenzione la parabola creativa del giovane Puccini, forse intravedendo in lui quel possibile erede che in effetti poi è stato. In una lettera del 1884 scrive: “Puccini…segue le tendenze moderne, ed è naturale, ma si mantiene attaccato alla melodia, che non è né moderna né antica”. Tuttavia la Tosca non gli piacque, ma non perché mancasse di melodie (basterebbero a far la grandezza di un compositore “Recondita armonia”, “Vissi d’arte” e “O dolci baci”), bensì per una certa incapacità di Puccini a cogliere la dimensione del tragico e per la tendenza a risolvere il dramma con l’accentuazione granguignolesca dell’enfasi sonora (un’eredità del suo maestro, Ponchielli, che solo nella Turandot diventerà arcana poesia!). Certo di Tosca non convincono gli strillacci del secondo atto, dove di Scarpia men che meno convincono le smanie libertine che sanno di pletora teatrale e lo fanno gareggiare in urlacci con l’orchestra; la ripresa, poi, in fortissimo, per chiudere l’opera, della romanza “O dolci baci” di un Cavaradossi che dà l’addio alla vita, è drammaticamente e psicologicamente incompatibile con il suicidio di Tosca! Ma è un effettaccio teatrale (contenente già il peccato originale di un acuto di troppo!) che però, tutto sommato, funziona. Detto quest, a prendere decisamente il sopravvento nella Tosca è la vena poetica e sentimentale che detta al compositore pagine memorabili per dolcezza melodica e morbidezza timbrica degli accompagnamenti: la passione amorosa che tracima (Sì, lo sento, ti tormento), il pianto accorato (Ed io venivo a lui tutta dogliosa), la tenerezza ineffabile (O dolci mani, mansuete e pure). E poi ci sono le due scene che consegnano la Tosca all’immortalità. Una e l’allucinata identificazione fra l’estasi erotica e quella mistica nella possente scena del “Te deum” quando Scarpia tocca il culmine della libidine del potere (Tosca, mi fai dimenticare Iddio): è il finale del I atto dove l’enfasi veicola perfettamente la situazione e il tema di Scarpia, con cui l’opera si era aperta, risuona nella sua paurosa terribilità. L’altra è il preludio al III atto: una mirabile trama impressionistica di suadenti frammenti melodici intorno alla canzoncina di un pastorello, punteggiata dal suono delle campane vicine e lontane, rappresenta con luminosa evidenza il risveglio di Roma. E diventa irrilevante il fatto, da alcuni segnalato con disappunto, che la prima donna abbia in tutta l’opera una sola aria!