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SUMMARY:Gustavo Aceves – Lapidarium: dalla parte dei vinti
DESCRIPTION:I cavalli di Gustavo Aceves arrivano a Arezzo. Fino al 15 febbraio la città toscana ospita Lapidarium: dalla parte dei vinti\, una delle tappe fondamentali del suggestivo progetto itinerante e in continua evoluzione a cui l’artista lavora dal 2014.\nUna mostra imponente con oltre 200 opere realizzate in pietra\, bronzo\, resina\, legno e altri materiali che verranno allestite in più luoghi del centro storico aretino (San Francesco\, Sala Sant’Ignazio\, Sagrato del Duomo\, Piazza Vasari\, Fortezza Medicea)\, sull’idea del viaggio\, della migrazione. \nCon questo progetto\, Aceves\, uno dei massimi interpreti dell’arte contemporanea a livello mondiale\, intende ricreare idealmente le peregrinazioni della “Quadriga di San Marco”\, opera che l’artista messicano\, appena ventenne ebbe modo di ammirare nella sua Città del Messico\, restandone folgorato. Erano gli anni ’70 e prima di essere musealizzati\, quegli antichissimi cavalli bronzei provenienti da Costantinopoli\, percorrevano un ultimo giro attorno al mondo\, che avrebbe messo fine alla serie di migrazioni delle quali\, sin dal XIII secolo\, erano stati protagonisti. \nDa lì\, per Aceves\, l’idea dare vita ad un opera che potesse ripercorrere lo stesso itinerario fatto dalla “Quadriga di San Marco”: il suo Lapidarium propone statue dedicate al cavallo\, simbolo che evoca il movimento\, lo spostamento. \nCome nei classici lapidari museali\, dove sono conservati frammenti di opere antiche con cui ricostruire la storia\, anche l’opera di Aceves è caratterizzata dal “frammento”\, elemento attraverso il quale ciascuno può recuperare le radici della propria storia. \nIl viaggio dei cavalli di Aceves è il viaggio dei popoli migranti\, una tema di grande attualità\, ma che in assoluto caratterizza ciclicamente l’intera storia dell’umanità. I suoi cavalli itineranti sono mutilati\, scheletrici\, sopravvissuti: una sorta di monumento equestre inverso\, dedicato non ai vincitori ma ai vinti\, agli antieroi di ieri\, di oggi\, di sempre. \nNon mancano poi i motivi per i quali Lapidarium: dalla parte dei vinti si sposa ad Arezzo\, città il cui simbolo araldico è un cavallo e che ai cavalli affida la celebrazione della sua festa più importante: la Giostra del Saracino. Inoltre alla “Quadriga di San Marco” si legano due episodi importanti: nel 1364\, fu l’aretino Francesco Petrarca\, ospite d’onore ai festeggiamenti per la sottomissione di Candia alla Repubblica di Venezia\, a dare annuncio dell’avvenuto trasferimento del gruppo equestre alla corte dei dogi veneziani. Infine la quadriga ha un rimando immediato a Costantino\, figura importante per il percorso umano e intellettuale di Aceves la cui storia trova ad Arezzo la propria consacrazione racconto affrescato da Piero della Francesca. \nGustavo Aceves (1957\, Città del Messico) attualmente vive e lavora a Pietrasanta in Italia. Ha iniziato come pittore autodidatta e in tempi più recenti si è accostato alla scultura. I suoi dipinti si sono focalizzati sulla figura umana e si sono caratterizzati per l’uso di colori forti tipici dei murales messicani. A partire dagli anni ’70 le sue opere sono state esposte in tutto il mondo dalla Biennale di Venezia alla Biennale di Pechino e figurano nelle più importanti collezioni private e permanenti\, fra cui il museo della Memoria y Tolerancia di Città del Messico e i Musei Vaticani. E’ uno degli artisti proposti dalle aste di Christie’s e Sotheby. \nLa mostra Lapidarium: dalla parte dei vinti è organizzata dalla Fondazione Guido d’Arezzo in collaborazione con il Comune di Arezzo.
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SUMMARY:La Bohéme
DESCRIPTION:Torna l’opera lirica ad Arezzo: dopo una lunga assenza\, la città toscana ospita finalmente una kermesse operistica in piena regola. Grazie alla collaborazione tra l’amministrazione aretina e la Fondazione Puccini di Torre del Lago\, sono state organizzate due rappresentazioni nell’ambito del 64° Festival Puccini presso l’Anfiteatro romano della città. Il cartellone comprende due titoli particolarmente amati dal pubblico: La bohème e Tosca.\nPur vantando un patrimonio culturale e artistico di prim’ordine\, il rapporto di Arezzo con l’opera è caratterizzato da una certa discontinuità. Il Teatro Petrarca\, virtualmente suo luogo di elezione\, è rimasto chiuso per molti anni e l’ultima rappresentazione operistica degna di rilievo è stata L’amore ingegnoso di Paisiello nel 2003. Successivamente\, hanno avuto luogo soltanto sporadiche rappresentazioni all’aperto e\, l’anno scorso\, alcuni spettacoli nell’ambito di un festival nato in collaborazione con il conservatorio di Oberlin. Troppo poco per una città che ha sempre puntato a conquistarsi il titolo di “città della musica”\, avendo dato i natali a Guido Monaco e ospitando ogni anno numerose iniziative musicali (in altri generi).\n\nLa bohème\, primo titolo in programma\, è stata rappresentata il 5 agosto scorso. Il libretto di Giacosa e Illica\, tratto da un fortunatissimo romanzo di Murger Scènes de la vie de Bohème\, descrive la vita studentesca\, o scapigliata\, per usare l’espressione propria della nostra letteratura\, della Parigi ottocentesca\, permettendo a Puccini di alternare scene di grande intensità sentimentale (la storia d’amore di Mimì e Rodolfo e\, parallelamente\, quella di Marcello e Musetta) con suggestivi squarci di realismo urbano. Lo spettacolo ideato dal regista Lev Pugliese\, che firma anche scene e costumi\, si risolve in una rappresentazione all’insegna della tradizione\, caratterizzata da una certa cura per il dettaglio dei movimenti scenici e del realismo interpretativo. Se nel primo e nel quarto atto la scena mostra una semplice soffitta con un sobrio arredo d’epoca e\, sullo sfondo\, abbozzati\, “i comignoli di Parigi”\, il secondo atto descrive la vita nelle strade cittadine\, creando\, grazie alla proiezione di immagini d’epoca in bianco e nero\, un piacevole contrasto con i colori vivacissimi dei costumi di scena. Il terzo\, ambientato in una mattina brumosa invernale\, mostra una scena disadorna con un albero spoglio che si inserisce in un elegante origami di rami secchi proiettato sul fondale. I costumi sono facilmente contestualizzabili nell’epoca storica in cui è ambientata la vicenda e sono piuttosto sobri\, con l’eccezione delle scene corali del secondo atto\, dove dominano maggiori note di colore.\n\nPer quanto riguarda la compagnia di canto\, Tinatin Mamulashvili delinea una Mimì non particolarmente appassionata\, timida e remissiva. La voce è caratterizzata da limpidezza\, omogeneità di emissione e un fraseggio appropriato; a volte\, tuttavia\, il timbro non è particolarmente screziato e il personaggio non viene troppo scavato psicologicamente. Gli accenti migliori vanno trovati nei momenti più intimi e sofferenti\, come nel terzo e nel quarto atto: in questi casi\, il soprano gioca molto sui pianissimo e su un canto sobrio e cristallino. Il tenore George Oniani non riesce sempre a delineare un Rodolfo efficace e appassionato\, nonostante gli sforzi attoriali e una grande capacità nel lavoro di squadra. La voce\, dotata di un timbro non sempre piacevole\, ha avuto alcune difficoltà di emissione nel registro alto\, rendendo il canto sforzato e impreciso. Il soprano Katerina Kotsou\, pur in presenza di alcune imprecisioni\, delinea una Musetta giustamente impudente e sfacciata nel celebre valzer “Quando men vo”\, per poi esibire il fascino timbrico della sua voce nella preghiera del quarto atto. Una scelta interpretativa che sottolinea la crescita psicologica del personaggio ben realizzato a livello attoriale. Il Marcello delineato da Mauro Bonfanti è irreprensibile dal punto di vista scenico\, descrivendo un personaggio umano\, impulsivo ma bonario al tempo stesso. La voce è molto limpida e gradevole e il baritono esegue la sua parte con grande scorrevolezza e accuratezza. Il ruolo di Colline è affidato a Aleksandar Stamatovic\, che\, sfortunatamente\, non centra il personaggio sia a causa di una voce non particolarmente duttile e adatta al ruolo\, sia per la mancanza di quella sorniona ironia che dovrebbe caratterizzare il filosofo della compagnia. Al contrario\, a suo agio sia a livello scenico che vocalmente\, si rivela il baritono Daniele Caputo\, che sa dare brillantezza e senso dell’umorismo al ruolo di Schaunard. Corretta l’esibizione di Claudio Ottino nei ruoli di Benoît e Alcindoro.\n\nPer quanto riguarda la direzione\, Alberto Veronesi accompagna in modo discreto e funzionale la rappresentazione. L’Orchestra dell’Opera di Tbilisi è compatta ed efficiente\, mostrando un suono morbido e una certa ricercatezza timbrica\, anche se l’esecuzione non è smagliante e incisiva nei momenti maggiormente patetici. Complice il taglio direttoriale\, risaltano per accuratezza soprattutto le pagine a carattere sinfonico o dotate di un maggiore gioco strumentale\, che mettono in luce una volta in più la capacità di Puccini di aggiornarsi e dialogare intensamente con la contemporanea musica europea.\nLo spettacolo ha registrato un lusinghiero sold out ed è stato molto apprezzato dal pubblico\, che ha tributato ovazioni ai cantanti\, al direttore e al regista. \nLibretto di Giuseppe Giacoa e Luigi Illica\n\nOrchestra  del Teatro dell’Opera di Tbilisi\n\nDirettore Alberto Veronesi\n\nCoro Ars Lirica\n\nCoro delle voci bianche del Festival Puccini diretto da Viviana Apicella
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SUMMARY:Tosca
DESCRIPTION:L’opera\, eseguita dall’Orchestra Sinfonica del Pucciniano sarà diretta da Alan Freilles\, con la regia di Carlo Antonio de Lucia. Sul palco a dare voce a Tosca sarà Gabrielle Mouhlen\, mentre Mario Cavaradossi verrà interpretato da Roberto Cresca. I panni del Barone Scarpia saranno vestiti da Cenziz Sayin mentre Cesare Angelotti sarà Davide Mura. Gli altri protagonisti: il sagrestano (Claudio Ottino)\, Spoletta (Marco Voleri)\, Sciarrone (Andrea De Campo)\, un carceriere (Alessandro Biagiotti).\n\n“Tosca”\, conclude il calendario organizzato dalla Fondazione Guido d’Arezzo con il patrocinio del Comune di Arezzo\, reso possibile grazie alla disponibilità del prestigioso Festival Puccini di Torre del Lago che ha deciso straordinariamente di replicare “in trasferta” alcune sue produzioni. Il cartellone\, frutto della collaborazione artistica tra musicisti provenienti da tutta Europa\, offre ad Arezzo – che fa parte della rete di città europee Eurocities -\, l’occasione di presentare i contenuti del progetto “Cities-4-Europe”. Obiettivo della campagna\, è quello di promuovere una società democratica in cui le persone siano protagoniste del loro futuro attraverso una partecipazione attiva. Involve\, inspire\, impact sono le tre parole chiave del progetto che ad Arezzo saranno sottolineate attraverso il linguaggio universale della musica. \nIl vecchio Verdi seguì con molta attenzione la parabola creativa del giovane Puccini\, forse intravedendo in lui quel possibile erede che in effetti poi è stato. In una lettera del 1884 scrive: “Puccini…segue le tendenze moderne\, ed è naturale\, ma si mantiene attaccato alla melodia\, che non è né moderna né antica”.\n\nTuttavia la Tosca non gli piacque\, ma non perché mancasse di melodie (basterebbero a far la grandezza di un compositore “Recondita armonia”\, “Vissi d’arte” e “O dolci baci”)\, bensì per una certa incapacità di Puccini a cogliere la dimensione del tragico e per la tendenza a risolvere il dramma con l’accentuazione granguignolesca dell’enfasi sonora (un’eredità del suo maestro\, Ponchielli\, che solo nella Turandot diventerà arcana poesia!). Certo di Tosca non convincono gli strillacci del secondo atto\, dove di Scarpia men che meno convincono le smanie libertine che sanno di pletora teatrale e lo fanno gareggiare in urlacci con l’orchestra; la ripresa\, poi\, in fortissimo\, per chiudere l’opera\, della romanza “O dolci baci” di un Cavaradossi che dà l’addio alla vita\, è drammaticamente e psicologicamente incompatibile con il suicidio di Tosca! Ma è un effettaccio teatrale (contenente già il peccato originale di un acuto di troppo!) che però\, tutto sommato\, funziona.\n\nDetto quest\, a prendere decisamente il sopravvento nella Tosca è la vena poetica e sentimentale che detta al compositore pagine memorabili per dolcezza melodica e morbidezza timbrica degli accompagnamenti: la passione amorosa che tracima (Sì\, lo sento\, ti tormento)\, il pianto accorato (Ed io venivo a lui tutta dogliosa)\, la tenerezza ineffabile (O dolci mani\, mansuete e pure).\n\nE poi ci sono le due scene che consegnano la Tosca all’immortalità. Una e l’allucinata identificazione fra l’estasi erotica e quella mistica nella possente scena del “Te deum” quando Scarpia tocca il culmine della libidine del potere (Tosca\, mi fai dimenticare Iddio): è il finale del I atto dove l’enfasi veicola perfettamente la situazione e il tema di Scarpia\, con cui l’opera si era aperta\, risuona nella sua paurosa terribilità. L’altra è il preludio al III atto: una mirabile trama impressionistica di suadenti frammenti melodici intorno alla canzoncina di un pastorello\, punteggiata dal suono delle campane vicine e lontane\, rappresenta con luminosa evidenza il risveglio di Roma. E diventa irrilevante il fatto\, da alcuni segnalato con disappunto\, che la prima donna abbia in tutta l’opera una sola aria!
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